Philippicae V-XIV

Titolo: Philippicae V-XIV
Tipo opera: Cicerone - I - Opere
Descrizione: Dieci discorsi politici contro M. Antonio, tenuti nell'anno 43: fam. X, 6, 3; Br. II, 3; Ep. ad Caes. iun. fr. 16 W (= 12 BL = 16 T); Phil. V, 1; VI, 1. 16; VII, 1; VIII, 1; X, 1; XI, 4-8; XII, 5; XIII, 23. 36; XIV, 14; D.CASS. XLV, 17, 1; XLVI, 38, 1.
Parole chiave: Biographie - Biografia - Biography, Éloquence - Eloquenza - Eloquence, Histoire - Storia - History, Politique - Politica - Politics
Riferimenti storici:

Philippica V. 1° gennaio al senato.Il primo gennaio del 43 a.C., i nuovi consoli Irzio e Pansa aprirono la seduta del Senato ascoltando il senatore Q. Fufio Caleno, suocero di Pansa e sostenitore di Antonio, che caldeggiò una politica di mediazione e di riconciliazione. Seguì l’intervento di Cicerone, il quale si oppose a tale proposta sostenendo che di fatto il 20 dicembre Antonio era stato effettivamente dichiarato nemico pubblico. Vengono qui ricapitolate tutte le azioni politiche illegali di Antonio, il quale non aveva rispettato l’iter legislativo per l’approvazione dei decreti di legge, aveva dilapidato il denaro pubblico, venduto garanzie, cittadinanza, esenzioni dalle tasse, falsificato i bilanci, permesso a bande di briganti di entrare nel Tempio della Concordia, massacrato i centurioni a Brindisi e minacciato di morte membri di partiti avversari. Una delle proposte di Cicerone, all’interno di questo discorso, fu la concessione dell’imperium di propretore a Ottaviano, ma il tribuno Salvio, ponendo il proprio veto, impedì di giungere a una delibera fino al 4 gennaio, quando si stabilì di inviare un’ambasceria ad Antonio richiedendogli di sottomettersi al Senato e al popolo romano, di abbandonare l’assedio di Modena e di ritirare le sue truppe dall’Italia.

Philippica VI. 4 gennaio al popolo. La sesta Philippica fu pronunciata nel foro alla conclusione del dibattito in senato del 4 gennaio. Cicerone illustrò al popolo quanto da lui proposto: in un primo momento il Senato sembrava propenso ad appoggiare le sue mozioni, ma successivamente optò per inviare un’ambasceria ad Antonio. Invitò il popolo ad aspettare gli inviati ed esortò ad essere sempre pronti a difendere la libertà.

Philippica VII. Verso fine gennaio al senato. Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, Cicerone, mentre il Senato era ancora in attesa del ritorno dell’ambasceria, ruppe il silenzio e si indignò fortemente nei confronti dell’assemblea. Reputava impossibile ricercare la pace con qualcuno che era stato dichiaratamente riconosciuto come nemico di Roma. Chiedere la pace era un atto disonorevole e sarebbe stato inutile poiché non ci poteva essere tregua tra Antonio, Ottaviano e Bruto. Si appellò a Pansa facendogli notare come avesse l’opportunità di intervenire e di liberare Roma da un grave pericolo.

Philippica VIII. 3 febbraio al senato. L’ottava Philippica si apre con una sottile disquisizione sull’uso dei termini bellum e tumultus. Lucio Cesare, zio di Antonio, aveva proposto di dichiarare lo stato di tumultus e ritenere così Antonio non un hostis, ma un inimicus. Cicerone si oppone a questa proposta dicendo che non può esserci un tumultus senza una guerra. Dopo aver di nuovo posto l’accento sulla condotta scellerata di Antonio, propone un’amnistia per tutti coloro che si fossero arresi entro il 15 marzo e una condanna come traditori per tutti coloro che fossero rimasti con Antonio.

Philippica IX. 4 febbraio o poco dopo al senato. Quest’orazione è una laudatio per Servio Sulpicio Rufo, uno dei massimi oratori del suo tempo, secondo solo a Cicerone, il quale, sebbene malato, aveva preso parte all’ambasceria presso Antonio sacrificando alla salus rei publicae la sua stessa vita. Ritenendo Antonio responsabile di questa morte, Cicerone afferma che una statua in onore del defunto non sarà solamente un monumento alla persona deceduta, ma anche un eterno ricordo dell’inciviltà di Antonio.

Philippica X. Pronunciata tra febbraio e marzo del 43, la decima Philippica ebbe origine da una complicata situazione delle province orientali: M. Bruto aveva inviato un dispaccio a Roma nel quale dichiarava che le province di Macedonia e Grecia erano in suo potere e conseguentemente nelle mani del Senato. Caleno, sostenitore di Antonio, si oppose a Bruto richiedendone la sostituzione, ma in risposta a tale mozione Cicerone pronunciò la decima Philippica. In quest’orazione elogiò l’operato di Bruto senza il cui aiuto Roma avrebbe perso le province di Macedonia e di Grecia lasciandole in mano ad Antonio. Era pertanto necessario approvare, con un pubblico decreto, l’operato di Bruto e prorogare il suo comando per proteggere la Macedonia, l’Illiria e la Grecia, concedendogli la possibilità sia di prelevare denaro pubblico sia di procedere a requisizioni. Cicerone propose, in aggiunta, di lasciare Ortensio quale proconsole di Macedonia sino a un nuovo ordine del Senato. Tali proposte furono poi approvate dall’assemblea.

Philippica XI. Fine febbraio – inizio marzo al senato.Verso la metà di febbraio del 43 a.C. giunse notizia che Dolabella, collega di Antonio nel consolato nel 44 a.C., nella sua marcia verso la provincia di Siria, allora in mano a Cassio, aveva seviziato e ucciso C. Trebonio. Il Senato dichiarò Dolabella nemico pubblico e fu necessario deliberare chi avrebbe condotto la guerra contro quel traditore. Intervenne Cicerone pronunciando questa orazione, con la quale propose: di riconoscere Cassio come governatore a pieno titolo della Siria, di concedergli l’autorizzazione a combattere Dolabella per terra e per mare, di permettere requisizioni in Siria, Asia, Bitinia e Ponto per prepararsi alla guerra. Cicerone continuò paragonando Dolabella ad Antonio e si oppose all’invio dei consoli nelle province orientali, poiché ancora troppo impegnati nell’opposizione contro Antonio in Italia.
Cassio riuscì a sconfiggere Dolabella il quale si suicidò prima che potesse essere arrestato

Philippica XII. 8-10 marzo al senato. Alla fine di marzo, su pressione dei partigiani di Antonio, venne inviata una seconda ambasceria, cui Cicerone non pare essersi opposto. Tuttavia con la dodicesima Philippica, Cicerone rivide la propria posizione e spiegò le ragioni del suo ripensamento, dichiarando come fosse impossibile ottenere qualsiasi forma di pace con Antonio e di come sarebbe stato pericoloso riammettere a Roma un gran numero di persone potenzialmente nocive per lo Stato. Per quanto riguardava lui personalmente, rifiutò il ruolo di ambasciatore rappresentando ormai il polo principale dell’opposizione contro Antonio.

Philippica XIII. 20 marzo al senato. All’inizio di aprile del 43 giunsero a Roma due lettere da parte di Planco, governatore della Gallia Transalpina, e di Lepido, governatore della Spagna Citeriore, che caldeggiavano la pace con Antonio. Il senatore Servilio propose un ringraziamento per Lepido, ma suggerì di rimettere la questione della pace nelle mani del Senato. Il 20 marzo Cicerone pronunciò la tredicesima Philippica, esaminando una lettera di Antonio, indirizzata a Irzio e a Cesare, contenente una lunga serie di lamentele, l’esultanza per la morte di Trebonio, la disapprovazione per aver dichiarato Dolabella nemico pubblico, la determinazione a vendicare la morte di Cesare e, infine, un attacco a Cicerone. Buona parte dell’orazione è dedicata a una minuta critica ai diversi punti della lettera di Antonio.

Philippica XIV. 21 aprile al senato. Il 14 aprile del 43 a.C., Antonio, dopo aver sconfitto il console Pansa, venne a sua volta sconfitto da Irzio. Il 21 aprile fu convocato il Senato e Cicerone pronunciò la sua quattordicesima e ultima Philippica. Con l’ultimo discorso l’Arpinate si oppone all’abbandono delle armi e alla celebrazione della vittoria sino alla liberazione di Decimo Bruto e della città di Modena, appoggia il riconoscimento di Antonio e dei suoi seguaci come nemici pubblici, propone cinquanta giorni di festività per ringraziare Pansa, Irzio e Ottaviano, infine suggerisce l’assegnazione a tutti e tre del titolo di imperator. Chiude il discorso ricordando tutti i caduti in difesa della Repubblica. [S.Rozzi]


Bibliografie: